Le riflessioni della 5B sull’incontro con Marco Balzano

Marco Balzano

Di una storia molto simile ebbi la conoscenza diretta all’età di 14 anni. Al tempo due miei prozii, i quali abitavano nella casa contigua alla mia, erano molto anziani e non più autonomi, e per questo era stata loro affiancata una ragazza che li aiutava sin nelle cose più semplici. Per via indiretta scoprii che questa ragazza di nemmeno 30 anni, madre di due bambini, proveniva dall’est Europa ed era in Italia da 3 anni. Al tempo rimasi stupito, in principio dall’immensa capacità nell’apprendere l’italiano e in seguito da un discorso che sentii tra lei e mia madre. Lei e suo marito, anch’esso molto giovane, avevano lasciato i figli presso dei parenti ed erano entrambi venuti in Italia a cercare lavoro. Tutto ciò perché entrambi volevano poter essere in grado di sostenere la vita ed i futuri costi universitari per entrambi i figli, se essi una volta cresciuti l’avessero voluto. La grande somiglianza tra questa storia e quella narrata da Balzano, mi fa pensare a quante altre possibili storie analoghe potrebbero esserci delle quali nessuno parla e a come questa scelta di vita piuttosto estranea oggi a noi italiani sia (purtroppo) diventata normalità per altri paesi a noi vicini.

Leonardo

Balzano dice: “bisogna riconoscere il sacrificio di queste donne, queste caregivers, che abbandonano il loro nucleo familiare per badare e prendersi cura di famiglie altrui”. Ci sono molti problemi sociali in questo mondo che spettano solo il momento per essere sentiti e capiti dal pubblico generale e da chi il potere di cambiare e migliorare le cose ce l’ha. Che cosa possiamo fare noi per aiutare queste persone, per ascoltare le loro voci, le loro urla, se non informarci e, anzi, tenerci costantemente informati osservando il mondo che ci sta attorno? Nel nostro piccolo abbiamo il dovere di ascoltare le persone attorno a noi per essere partecipi del loro dolore e del loro disagio. Dobbiamo, perché in quanto esseri umani abbiamo il dovere di costruire una società inclusiva, comprensiva e aperta a tutti. Rendiamoci conto del grande valore che queste donne hanno nella nostra società, di come il loro sacrificio ci aiuti nella vita di ogni giorno.

Francesca

Marco Balzano ha toccato molti temi nel corso della sua intervista, ma quello che mi ha colpito di più è quello dell’amore. Per farci capire al meglio l’amore di una madre per un figlio ha citato il filosofo Lacan: per lui questo sentimento è un desiderio che noi vogliamo dare a qualcuno che non ce lo ha chiesto (un esempio è quello della nascita, la madre che per amore partorisce il figlio). Per la nostra protagonista Daniela il più grande atto d’amore per Manuel e Angelica è quello di lasciarli, trovare un lavoro al fine di dare loro un futuro migliore. Il figlio però lo percepisce come un abbandono, mentre la figlia comprende la decisione di Daniela, ma nonostante ciò sente ricadere su di sé tutte le responsabilità che una madre dovrebbe avere. Posso dire che anch’io mi sono ritrovata un po’ sia in Manuel sia in Angelica, solo che nel mio caso era il padre a partire. In alcuni momenti ho sentito molto la mancanza dei miei genitori, provando dei sentimenti forse anche non giusti, cercando di colmarla con mia sorella. Molte volte ho dovuto prendermi delle responsabilità che invece erano proprie dei genitori; nonostante ciò sono molto grata per tutte le cose che hanno fatto per noi e tutte le esperienze che ho fatto mi sono servite per crescere, hanno contribuito a plasmare la persona che sono oggi. Questo fenomeno della migrazione è molto comune nei paesi dell’est Europa e fa sempre male all’inizio. La cosa peggiore è che lascia un vuoto che, anche dopo che la famiglia si è riunita, è difficile da riempire: un genitore si perde le cadute e i successi del figlio, oppure il primo giorno di scuola, o la matura e molte altre cose. Il ragazzo ricorderà l’assenza del padre o della madre in momenti in cui avrebbe voluto averli vicini.

Ana

Personalmente, sono rimasto molto colpito dall’affermazione riguardante le baby sitter: l’autore mi ha fatto riflettere riguardo all’avere in braccio il figlio altrui quando il proprio si trova a centinaia e migliaia di chilometri di distanza. Penso sia una sensazione terribile essere privati della possibilità di abbracciare e stringere la persona a cui più si tiene ed allo stesso tempo doverlo fare con qualcun altro: come se si rimpiazzasse il proprio figlio, come se si preferisse un estraneo. Magari i genitori di quel bambino lo affidano a te per essere più liberi, magari per essere meno impegnati: senza cattiveria, certo, per comodità forse. Non capiscono però, quanto sia importante il contatto. La persona a cui affidano il loro figlio darebbe tutto per poter stare anche cinque minuti con il suo; ovviamente ci si potrebbe anche affezionare al bambino ma, se io fossi il baby sitter mi sentirei male: sembrerebbe quasi un tradimento nei confronti di mio figlio. Tuttavia, il baby sitter, fa tutto questo per poter assicurare un futuro al figlio che non può vedere: non ha altra scelta e quindi bisogna rispettare e capire il sacrificio di questa persona perché alla fine è un atto d’amore.

Giovanni

La discriminazione, nonostante al giorno d’oggi venga condannata in ogni sua forma, continua ad essere praticata da molti, seppur talvolta inconsciamente, solo perché la società ci ha insegnato a vedere il diverso come una cosa negativa. Veniamo costantemente discriminati per il colore della pelle, per le origini, per il modo di vestirci, per le nostre idee o scelte, persino per aver lasciato il proprio Paese. Infatti gli immigrati sono sempre stati visti come una macchia negativa che gradualmente si espande e che si insedia in altre società. Molti di essi, se non la maggior parte, senza alcun apparente motivo, vengono trattati con indifferenza e superficialità, considerati inferiori. Una sorta di classificazione dettata dal giudizio di massa, un giudizio che spesso viene reputato come assoluto. L’uomo è molto bravo a parlare, a giudicare e discriminare, ma non è altrettanto bravo a immedesimarsi nei panni altrui, a cercare di capire il motivo della loro scelta e delle ragioni che si celano dietro a quest’ultima. Se fossimo noi al loro posto, come ci sentiremmo se venissimo esclusi, se venissimo trattati come degli appestati da un Paese sul quale riponevamo tutte le nostre speranze, dopo esser fuggiti alla ricerca di una vita migliore? Ritengo che dovremmo parlare di meno e osservare e ascoltare di più.

Alice

La frase che mi ha colpito di più è “ non mi piace il termine badante e preferisco usare portatrice di cura”. Prima di leggere il romanzo anch’io avevo un’atteggiamento freddo e indifferente nei confronti delle signore straniere che vengono in Italia per curare gli anziani, perché la società mi porta a pensare a questo, ma, una volta letto, ho acquisito una sensibilità diversa, perché immedesimandomi nei personaggi ho capito che per venire qua in Italia hanno fatto dei sacrifici e sono lontane dalla famiglia; qui vengono talvolta trattate male, pagate meno solo perché sono straniere. Invece fanno un lavoro tosto, non sempre si trovano di fronte un nonno dolce e gentile; spesso devono affrontare situazioni spiacevoli e anche pericolose, eppure sono considerate come delle nullità ignoranti. Si prendono cura dei nostri cari quando noi non lo possiamo fare, si occupano di ogni cosa, anche di quelle che fanno più ribrezzo, senza mai lamentarsi. Senza queste persone la società non riuscirebbe ad andare avanti, come giustamente ha sottolineato Marco Balzano: chi si prenderebbe cura di un nostro caro non più autosufficiente o dei nostri figli mentre siamo a lavoro? Potremmo chiedere dei giorni liberi, ma per quanto tempo? Sicuramente non per molto. Quindi prima di giudicare un mestiere che da noi è considerato umile bisogna conoscere la storia che c’è dietro a ogni persona. Ascoltare gli altri ci rende piú ricchi e sensibili.

Anna

Le parole di Marco Balzano che mi hanno maggiormente colpito riguardano l’importanza di gridare e di non restare in silenzio. Durante l’ultima quarantena noi giovani siamo stati privati di un diritto importantissimo come la possibilità di instaurare relazioni umane, essendo costretti a trascorrere le nostre giornate dentro quattro mura di fronte ad uno schermo. La parola che meglio riassume lo scorso anno scolastico è “perdita”. Fare didattica a distanza comporta molti problemi, primo tra tutti la difficoltà nell’apprendimento, seguito da un mancato confronto e scambio di idee tra compagni, per non parlare dei problemi di una connessione non sempre ottimale. Alcune materie in particolare, essendo più complesse, svolte online, diventano un ulteriore ostacolo per lo studente. Tutto quel flusso veloce di informazioni sicuramente non si addice ai tempi di apprendimento dei giovani. Questo nuovo modo di studiare ha reso le giornate di noi studenti vuote e monotone: era come se stessimo rivivendo lo stesso giorno all’infinito. Marco Balzano ci ha fatto riflettere sul fatto che in quella situazione avremmo potuto urlare di più e far sentire maggiormente la nostra voce. Io credo che in parte il silenzio generale sia stato frutto della paura. Noi giovani ci siamo sentiti sopraffatti e spaventati da ciò che stava accadendo attorno a noi. La nostra casa, il luogo in cui ci sentiamo più al sicuro era diventata una sorta di prigione e il tempo ha iniziato pian piano a scomparire davanti ad uno schermo. Il nostro silenzio è stato influenzato anche da una chiusura in noi stessi, dal non sentirci capiti e dal vedere fuggire gli anni migliori della nostra vita. A volte le persone decidono di non far sentire il proprio parere per paura di sbagliare o di essere giudicate. In questo caso credo che noi ci siamo sentiti sperduti e catapultati in una situazione completamente nuova. Abbiamo cercato di adattarci al meglio ai nuovi metodi didattici e abbiamo cercato di resistere nella speranza che le cose sarebbero migliorate. Far sentire la nostra voce è sicuramente fondamentale e mi trovo d’accordo con l’autore nell’affermare che se avessimo espresso maggiormente, con più decisione, il nostro disagio circa la situazione che stavamo vivendo, forse avremmo potuto trovare delle soluzioni migliori, nel rispetto dell’emergenza, e le cose forse sarebbero andate diversamente.

Sara

Care-giver” è il termine inglese usato per indicare le badanti, che si traduce letteralmente come “donatore di cura”. Penso che questa sia la parola più adatta per indicare un ruolo del genere. La cura va donata, va offerta; non dovrebbe mai essere richiesta, poiché tutti noi nell’arco della nostra vita abbiamo bisogno di cura, anche se spesso non vogliamo ammetterlo, per paura di essere considerati fragili. Solitamente i bambini e gli anziani sono visti come le persone più bisognose di cura, ma in realtà anche i ragazzi e gli adulti, che spesso si nascondono dietro una corazza che li fa sembrare forti, hanno la necessità di ricevere attenzioni. “Cura” non solo intesa come assistenza, ma come protezione, affetto, da un punto di vista prettamente psicologico più che fisico. Io penso che curare lo spirito sia un compito molto più arduo rispetto a quello della cura del corpo: è difficile che una persona, se sola, riesca a star bene con se stessa. Ognuno di noi non riesce a badare a sé, abbiamo sempre bisogno di qualcuno che si prenda cura di noi; cura che possiamo ricevere sia da qualcuno della nostra famiglia, sia da un amico o da una persona amata. L’importanza di ricevere protezione e attenzioni l’abbiamo vissuta sulla nostra pelle in questi due anni che ci stiamo lasciando pian piano alle spalle: in tutti quei momenti in cui ci siamo trovati soli tra le nostre quattro mura, senza la possibilità di incontrare qualcuno, abbiamo capito quanto sia essenziale rapportarsi con gli altri. Nella nostra solitudine non sappiamo a chi affidare i nostri pensieri, le nostre parole, e i rapporti umani vanno scemando. È stando in mezzo alla gente che impariamo a dare e a ricevere cura. E questo penso che sia un elemento che sta alla base del sapersi rapportare con gli altri.

Sofia

“Voi, dopo un anno e mezzo di lockdown, avete gridato poco.”

La prima immagine che mi è venuta in mente è l’Urlo di Schiele: un grido strozzato, che non si riesce ad emettere e che nessuno può sentire. questo è quello che ho sentito quando ho provato a gridare, non perchè non sapessi cosa gridare al resto del mondo, ma perché avevo dimenticato come si facesse. Il grido che conoscevamo è scomparso piano piano e solo adesso sta ricominciando a farsi sentire. Il lockdown ha tolto la possibilità di farci sentire oltre le mura domestiche, se non attraverso uno schermo. Dopo un anno e mezzo di solitudine, siamo finalmente potuti uscire di nuovo, ma parlando a bassa voce, non ricordandosi più come si parlasse senza accendere un microfono.

Nicola

MAL D’ITALIA

Sentire Marco Balzano parlare di come in Romania il nome del nostro paese sia utilizzato per descrivere una patologia mi ha colpito moltissimo. Questo mi ha fatto riflettere su quanto queste donne si sacrifichino per aiutare la propria famiglia e sul dolore che lavorare come badanti porta a loro e alla loro famiglia. E’ difficile immedesimarsi in loro e realizzare quanta fatica facciano per dare ai loro cari una vita migliore, ma senza dubbio la testimonianza di Balzano aiuta a comprendere meglio il loro duro lavoro. Non avrei mai pensato che per alcune persone il nome “Italia” potesse avere un’accezione tanto negativa.

Sofia

L’intervento di Marco Balzano è stato sicuramente di grande impatto e vario, spaziando da argomenti di assoluta attualità, come il rapporto tra scuola e pandemia, sino ad arrivare ad approfondire le nuove dinamiche familiari che regolano la nostra società. Proprio quest’ultime in particolare hanno catturato la mia attenzione: la storia raccontata nel romanzo “Quando tornerò” ci permette di analizzare sotto punti di vista diversi la quotidianità della nostra vita. Basta pensare alla storia di Daniela, madre costretta ad abbandonare la propria famiglia in Romania, per andare a prendersi cura, in Italia, delle persone che ne avevano bisogno; tutto ciò per dare ai suoi figli un futuro. Il ruolo delle badanti, come forse erroneamente le chiamiamo, è ormai sempre più un punto fisso delle vite, perché in fondo ci permettono di condurre le nostre vite, a volte anche ignorando tutte le responsabilità che effettivamente gravano su di noi. Anche perché oggi sono i nonni, ma un domani saranno i miei genitori ad aver bisogno di quelle attenzioni e allora starà a me essere in grado di occuparmi di loro senza appoggiarmi a nessuno. Come detto dallo stesso Balzano, forse bisognerebbe includere nel nostro linguaggio un nuovo inglesismo, quello di “caregiver”, perché alla fine le badanti non fanno altro che mettersi sulle spalle un peso non indifferente, come quello di occuparsi dei nostri cari, amarli e assisterli quando noi invece sembriamo quasi disinteressati verso quel ruolo che invece dovrebbe essere il più naturale ed antico di tutti. Forse bisogna iniziare a smettere di peccare di presunzione, che tanto permea il popolo italiano, smettere di delegare questi compiti ad altre persone soltanto perché queste sono dotate di un’umiltà fuori dal normale, accettando anche tutti quei lavori che ormai noi non facciamo più o perché troppo impegnati o perché troppo stanchi. Diventa allora quasi strano pensare a tutte quelle donne che si sono alternate, nel corso degli anni, nelle case dei miei nonni, per fornire loro un aiuto quando noi non c’eravamo, donne che si erano lasciate alle spalle i loro cari, la loro casa, ma soprattutto la loro vita, soltanto per aiutare in un posto completamente nuovo qualcuno che non conoscevano, in cambio di uno stipendio faticato, sempre con il ricordo del passato fisso in testa.

Jacopo

Una delle cose più significative che uno scrittore può fare è narrare storie nascoste, a cui oggi non si dà il dovuto valore e importanza. Storie di cui i telegiornali non parlano, al di fuori di limitati fatti di cronaca, come le migrazioni di persone in cerca di lavoro. Avere il coraggio di fare le valigie e spostarsi in un altro paese abbandonando famiglia e parenti è un’azione rilevante, che spesso si tende a sottovalutare o di cui non si comprende a pieno il significato. Al giorno d’oggi una netta maggioranza di noi ragazzi non può minimamente comprendere le situazioni in cui versano questi figli, che si ritrovano senza una madre o un padre, o entrambi i genitori che sono partiti per garantire loro un futuro. Spesso si tende a dare molte cose per scontate o a non apprezzare veramente il valore di azioni quotidiane che molti ragazzi non hanno la possibilità di sperimentare, anche una semplice serata o un’uscita in famiglia. Il significato delle nostre parole svanisce in affermazioni che tentano di dimostrare un’empatia nei confronti di questa gente, che però è irraggiungibile, se non si è vissuta un’esperienza analoga. L’ordinario gesto di giocare o portare a letto un bambino che non sia il proprio figlio per queste donne risulta complicato; pensare al figlio che si trova a chilometri di distanza e che sta crescendo senza una figura così importante al suo fianco è pesante. Si presentano come genitori, che ci sono ma alla stesso tempo non ci sono, sono presenti in modo indiretto. Daniela si trasferisce a Milano e abbandona i figli Manuel e Angelica e il marito. Il figlio minore non accetta la partenza della madre e si ritrova perso, non sa come affrontare le giornate e difficilmente riesce a colmare questo vuoto. Il libro pone l’attenzione sulle condizioni di tante donne, spesso obbligate a mettere da parte la famiglia per lavori precari. Queste persone vengono classificate come badanti, un termine che possiede una sfaccettatura negativa, quasi di una persona lontana da noi, straniera. In realtà queste persone hanno una storia, un passato sofferto alle spalle, mille sacrifici che noi non immaginiamo. Ciò non pone gli altri lavoratori su un piano inferiore. L’obiettivo non è giudicare chi ha compiuto più sforzi, ma mettere in luce quelli di persone che nel loro piccolo riescono per necessità a compiere grandi gesti mettendo da parte la nostalgia. Una necessità legata alla sopravvivenza e alla volontà di dare un futuro a chi si ama più di se stessi, che spesso si rivela una vera e propria impresa, stressante, umiliante e sfiancante, che porta a rimandare il ritorno dai propri cari. Il romanzo di Balzano mi ha fatto molto riflettere, soprattutto perché sottolinea come anche dei gesti apparentemente egoisti e incompresi vengono compiuti per un atto d’amore. Il cambiamento che decide di affrontare Daniela è faticoso, la vita dei figli è in bilico tra il buio e l’incertezza ed è comprensibile il comportamento del figlio che si ritrova in piena età adolescenziale senza una bussola per orientarsi nel mondo. Ho apprezzato la volontà da parte dell’autore di rendere note figure quasi invisibili ai nostri tempi, che in realtà sono concrete, umili e silenziose, che dimostrano di non arrendersi davanti a notevoli difficoltà.

Miriam

Il filosofo francese Lacan affermò: “L’amore è un sentimento che noi vogliamo dare a chi non l’ha chiesto”. Balzano spiega così il significato del grande gesto che la protagonista del suo libro, Daniela, compie per poter permettere ai figli una vita ed un futuro migliori del suo. È il sacrificio di una madre che non viene compreso da Manuel e Angelica, i quali si sentono abbandonati. Manuel non ha mai chiesto alla madre di partire e soffre molto per la sua assenza, trasformando spesso il dolore in rabbia e desiderio di vendetta. Angelica, d’altra parte, sente il peso delle nuove responsabilità imposte dalla partenza di Daniela, che la costringe ad assumere il ruolo di capofamiglia. Balzano ci fa riflettere su una dinamica molto complessa della nostra società, su un tema di cui le nostre istituzioni non si occupano: quello della cura delle persone anziane, che affidiamo a delle perfette sconosciute, le quali, a loro volta, rinunciano ad occuparsi dei propri figli e dei propri cari per dedicarsi all’assistenza di estranei, i nostri cari. Significativa è l’immagine che l’autore propone dell’eroe Enea, che tiene sulle spalle il padre Anchise: oggi, quello stesso padre sarebbe sorretto dalle braccia di una delle tante badanti senza le quali il nostro Paese non sarebbe capace di andare avanti, ma alle quali il nostro stesso Paese spesso non riconosce diritti. Basti pensare al solo termine con cui ci riferiamo a queste donne, “badanti”: un brutto nome che racchiude in sé il loro coraggio, la fatica, il dolore, il “mal d’Italia”. In Inghilterra esse vengono chiamate caregiver, ovvero “portatrici di cura”, vocabolo che conferisce maggior dignità al loro lavoro, facendoci comprendere come le parole siano importanti. Marco Balzano ci invita ad interessarci di tutte quelle questioni che, per molte ragioni, preferiamo silenziare, rimuovere. Spesso, infatti, sbagliamo a ritenere determinate storie minoritarie o lontane dalla nostra realtà: esse in verità ci appartengono molto più di quanto crediamo. È proprio questo lo scopo della letteratura secondo l’autore, far prendere consapevolezza al lettore dei problemi e far sì che quest’ultimo non resti indifferente davanti ad essi.

Chiara

Un’ affermazione di Marco Balzano che mi ha colpito molto è quella in cui dice che le donne, che di solito provengono dall’ Est-Europa si prendono cura dei nostri cari, perché siamo impossibilitati a farlo. Queste donne, che hanno una vita più umile e appartengono a realtà povere, in realtà sono fondamentali per il mantenimento dei ritmi della nostra vita. Questo contesto ricorda molto quello della antica Roma nel V secolo a.C., quando la plebe decise di emigrare dalla città capitolina per smettere di servire la classe patrizia senza ricevere alcun uguaglianza sociale e politica. Successivamente i patrizi si resero conto della reale importanza della classe plebea. Allo stesso modo le donne emigrate che lasciano la propria famiglia e casa sono molto importanti per noi. Queste donne sono molto forti perché per accudire un figlio che non è il loro, mentre quello vero è da solo senza madre, fa molto male. Hanno una grande forza interiore. Queste donne sono molto importanti, come tutti coloro che fanno lavori umili come i netturbini, perché c’è bisogno di gente che faccia il lavoro sporco ed umile. Il motivo per cui non ci accorgiamo di questa importanza è la nostra arroganza, narcisismo ed egoismo che dominano le nostre vite. La domanda è:Quanti di noi sarebbero capaci di ció? Lasciare la propria vita, tutto ció che hai costruito con dolori e fatica per un futuro incerto ed insicuro? La riposta è: assai pochi. Basti pensare a tutti i nostri “comfort” e a quanto la nostra vita sia agiata, e impazziremmo a solo pensare se dovessimo trovarci in situazioni simili a quelle di queste donne.

Francesco

Una cosa di cui non mi capacito è l’immaturità di Manuel davanti alla situazione che deve fronteggiare. Sua sorella è veloce a prendere immediatamente decisioni circa la propria vita e, sebbene non condivida la scelta della madre, si fa carico di responsabilità non indifferenti. Suo fratello al contrario è in catalessi, talmente accecato dal proprio dolore che non riesce a vedere quello di tutti coloro che vivono intorno a lui e di Daniela soprattutto. Si raggiunge l’apice dello squallore, a mio parere, quando il rapporto madre-figlio si riduce a un chiedere e chiedere e chiedere cose materiali, senza neanche considerare il sacrificio del genitore. Eppure, discutendo del romanzo, ho notato come la mia posizione non sia universalmente condivisa, anzi alcuni considerano “normale” il comportamento di Manuel in quanto “è solo un bambino”. Purtroppo, bambino o no, non riesco a scusarlo nemmeno un poco, poiché trovo la sua condotta inqualificabile e moralmente misera. Non riesco a non pensare al fatto che io non mi sarei mai comportata in quella maniera, neanche mi fosse capitato dieci anni fa: forse è più una questione di sensibilità piuttosto che di maturità, e anche dell’essere femmina, non lo nego. Ci è sempre insegnato, sia pur indirettamente, lo spirito di sacrificio, il preoccuparsi e il prendersi cura degli altri fin dalla più tenera età. Non che non conosca decine di uomini che si sono dedicati a genitori, mogli, figli, sorelle, fratelli, amici con un impegno commovente, ma allo stesso tempo non ho mai incontrato una donna che non si occupi di qualcuno. Quante sono le mogli o le sorelle che hanno messo davanti gli altri rispetto a se stesse? Potrei azzardare che almeno a ogni ragazza che conosco è successo almeno una volta. L’essere egoiste talvolta non è contemplato. E tornando al romanzo, Manuel si prende il lusso di essere fin troppo egoista. A mio parere, il fatto che non cresca da questo punto di vista, neanche nel corso degli anni, lo rende un personaggio piuttosto piatto e irrealistico.

Valeria

Al giorno d’oggi non c’è più “cura”, non è più una nostra priorità: non abbiamo più tempo, ormai, per curare ciò che facciamo, o meglio, non siamo più capaci o desiderosi di farlo. Abbiamo a malapena la forza mentale di prenderci cura di noi stessi, figurarsi di qualcun altro… La vita ci prosciuga delle nostre energie, ci lascia provati, senza la capacità di pensare agli altri. Non abbiamo più empatia, umanità. I legami familiari diventano sempre meno forti, le persone si allontanano. Non c’è più quel costante supporto che veniva dato da quel nucleo di persone, presenze costanti nella vita, che si chiama “famiglia”. Non abbiamo bisogno di comprare degli oggetti prodotti con cura, non è una necessità, in quanto la nostra società è fondamentalmente consumistica e così siamo noi, consumatori e, tristemente, “consumati”. La lista delle nostre priorità si irrigidisce e assottiglia e le persone di cui possiamo curarci sono sempre meno, come il tempo che possiamo dedicare loro. La realtà in cui viviamo richiede, semplicemente, ben più di quanto possiamo dare e questo ci porta ad essere lacerati anche solo tra semplici scelte.

Alice

Marco Balzano ha affermato che si aspettava un “grido” maggiore da parte della generazione di studenti che ha dovuto fare didattica a distanza. Con grido lo scrittore intende “far sentire la propria voce”, “esternare i problemi”. A mio parere aveva aspettative errate. Quando i miei genitori e mia sorella sono risultati positivi al Covid mi sono isolato in camera per 21 giorni per la paura di star male. È quasi sicuro che se l’avessi dovuto prendere ciò sarebbe già accaduto mentre ero ancora a stretto contatto con loro, nei giorni prima del tampone, ma per volontà mia ho deciso di vivere in sedici metri quadrati e un bagno. I miei genitori invece hanno usato un bagno esterno, nonostante le temperature basse di novembre, ma abbiamo adottato questa soluzione per evitare ogni problema legato al virus. Per paura anche. La proposta di Balzano invece quale sarebbe? Protestare su internet? Protestare nelle piazze, assembrandoci? Posto che le autorità avessero accolto la protesta, avrebbero riaperto le scuole per creare dopo neanche tre giorni un nuovo focolaio? Quando la situazione l’ha permesso si è deciso di far andare a scuola solo poche classi. Quali? Balzano stesso fa riferimento a sua figlia in prima elementare. L’esempio che porto io è la mia scuola. La priorità è stata data a prime e quinte. Ora che io sono in quinta e mai sono stato privilegiato, cosa dovrei fare, lamentarmi? Se invece si fossero accolte nella scuola le quinte perché avevano l’esame di maturità, le quarte perché lo avrebbero avuto l’anno successivo, sarebbero dovuti andare a scuola tutti perché avrebbero perso insegnamenti preziosi. Il che avrebbe comportato contagi enormi in poco tempo. Il grido come esternazione dei problemi è un insegnamento che condivido, aiuta a stare meglio, ma non mi trovo d’accordo con l’esempio portato.

Emanuele

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